La canapa, storia di una pianta troppo utile che dava fastidio
Andrea Pastore 14/01/2022 0
Consentiva di fare di tutto: vestiti, corde (tutto il cordame dei velieri era fatto con la canapa), carta (molto più ecologica della carta derivata dagli alberi), carburanti (l'etanolo di canapa, con cui erano alimentate le prime auto come la Ford T); in ambito medico consente di curare molte malattie, in Nepal se ne mangiano i semi.
Nel 1937 Henry Ford realizzò la Hemp Body Car, interamente realizzata con un materiale plastico ottenuto dai semi di soia e di canapa e che ovviamente viaggiava alimentata da etanolo di canapa. La carrozzeria era cosi elastica che lo stesso Ford si fece filmare mentre colpiva la macchina con forza senza provocare nessun tipo di danno.
L'avvento delle fibre sintetiche e l'inizio del proibizionismo
Cosa potrebbe mettere in crisi una pianta cosi utile? La risposta potrebbe sorprendere molti: le fibre sintetiche. Nel 1935 venne scoperto il nylon, una fibra sintetica derivata dal petrolio. Resistentissima, le cose prodotte con questo materiale parevano non rompersi mai, ma c'era un problema: la canapa era diffusa e lavorarla era semplice, bisognava proibirla.
Purtroppo tra gli usi possibili della canapa c'è anche la possibilità di produrre droghe leggere, e questo venne utilizzato come scusa per proibirla in toto: i giornali dell'epoca cominciarono ad associare la canapa alla droga, ad invocare misure "contro la droga", che fecero sì che la canapa cominciasse ad essere proibita in tutto il mondo.
La riabilitazione
La campagna mediatica contro la canapa è stata cosi forte che ci sono voluti decenni per riabilitarla: solo da alcuni anni è cominciato un processo di revisione delle norme vigenti, volto a distinguere il tipo di uso in modo da consentire una serie di attività. Ma nel frattempo il mondo è stato invaso da materiali sintetici.
Qualche anno dopo la sua introduzione, questo cominciò ad essere meno resistente: dopo il boom di acqusiti iniziale, le aziende avevano visto i loro fatturati crollare perché le persone non avevano necessità di acquistare nuovi capi di abbigliamento, quindi bisognava cambiare. L'obsolescenza programmata era servita anche in questo campo.
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Andrea Pastore 04/06/2020
Emergenza ambientale da Covid-19: dove andranno a finire guanti e mascherine?
Che l'emergenza Covid-19 avesse ripercussioni di carattere sanitario ed economico era chiaro fin dall'inizio. Reparti ospedalieri al collasso e la maggior parte dei settori produttivi in ginocchio rappresentano il conto salato da pagare all'epidemia.
Ma adesso, soprattutto su impulso della associazioni ambientaliste (Legambiente in primis), sta venendo fuori un altro problema grosso, dalla portata potenzialmente devastante: dove andranno a finire guanti e mascherine non differenziati nel modo corretto, se non addirittura abbandonati per strada? Semplice. Oltre ad affollare i bordi delle strade, invaderanno le aree verdi e si disperderanno nel mare, inquinandolo e uccidendo tutti quegli animali che dovessero incappare in questi "bocconi di plastica".
Si perchè la maggior parte della mascherine è realizzata in polipropilene, un materiale che ha fatto la sua fortuna nell'industria della plastica, e sappiamo che plastica e mare non vanno propriamente d'accordo. In Oriente il fenomeno è già dilagante, tanto che mari e spiagge sono infestati dai DPI dismessi.
E in Italia? Il Ministero della Salute ha fortemente raccomandato di gettare guanti e mascherine nel bidone dell'indifferenziato, in 2-3 sacchetti uno dentro l'altro, resistenti e ben chiusi. Amiu Genova, azienda che si occupa dei servizi di raccolta e gestione rifiuti e di igiene urbana nel territorio del capoluogo ligure, ha stimato che se soltanto l’1% delle mascherine usate in un mese non venisse smaltito in modo corretto, si disperderebbe in natura qualcosa come 10 milioni di mascherine e quasi 40 tonnellate di plastica e sostanze sintetiche.
Andrea Pastore 06/12/2021
Forestazione urbana, anche a Bari sta nascendo il bosco antismog
Lodevole iniziativa del gruppo Fastweb in tema di rigenerazione urbana. Nel Parco ASI di Bari, precisamente nella zona industriale di Bari-Modugno, si sta effettuando in questi giorni la piantumazione di varie specie di alberi, dando vita ad un grosso intervento di forestazione urbana in un'area da 10mila mq.
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Prima del capoluogo pugliese, la stessa operazione è stata condotta a Milano e Roma. Una vera e propria battaglia per il cambiamento climatico, finalizzata a garantire un miglioramento della qualità della vita dal punto di vista ambientale e nel contempo sociale, proprio perchè aumenta la quota di verde urbano fruibile dalla cittadinanza.
Andrea Pastore 10/04/2021
L'insospettabile inquinamento di Internet, fra motori di ricerca e piattaforme streaming
Senza tener conto dell'accelerata "digitale" che ha imposto la pandemia, che ci ha indotto ad utilizzare molto di più la rete sia per ridurre le attività in presenza (smart working, acquisti online) sia per riempire i vuoti di giornate trascorse per lo più in casa (streaming video), da anni ormai il web e la rete sono centri nevralgici del nostro quotidiano.
Eppure, sebbene intuitivamente si pensi a qualcosa di "immateriale", va detto che anche il digitale inquina, producendo "insospettabili" emissioni di CO2 nell'atmosfera. Si, perchè ad ogni nostro click - che sia rivolto verso un motore di ricerca, un client mail o una piattaforma video - corrisponde il lavoro fisico di un server/data center che deve elaborare il nostro input, consumando molta energia e dunque liberando anidride carbonica.
A ciò va aggiunto il dispendio energerico dei nostri dispositivi "di partenza" (computer, spesso accesi h24, e smartphone) e di tutti quei congegni necessari a raffreddare i server/data center di cui sopra, che altrimenti fonderebbero al momento di gestire la mole enorme di richieste dell'utenza (anche 50mila al secondo nel caso del più noto dei motori di ricerca): secondo una ricerca condotta da Purdue University, Yale University e MIT, l'invio di una mail - ad esempio - comporterebbe un consumo fino a 50 grammi di CO2, che diventano quasi 60 per lo streaming video e si riducono a 0.014 per una telefonata o un sms.
Per ovviare al problema, si va dai consigli più "banali" (evitare di passare attraverso il motore di ricerca, puntando direttamente al sito di interesse) a quelli più "anacronistici" (una telefonata in sostituzione di una mail particolarmente laboriosa), fino a quelli più "solidali" (intesi come meno "global", la lettura di un libro rispetto alla classica serie in anteprima su piattaforma streaming).